“TIMBUCTU” Il segreto della luce

Per spiegare la condizione dell’artista, talvolta, si definisce l’arte come una sorta di follia, di creazione in stato di trance o di totale incoscienza e questo provoca non poca confusione negli spettatori. La pazzia corrisponde a un totale oscuramento della ragione mentre l’estasi artistica ne è un innalzamento. Magari il fare arte può sembrare folle per coloro che non riescono a vedere l’essenza delle cose, per le persone che non giungono a percepire l’anima dei luoghi, ma chi detiene in sé la capacità di seguire mentalmente un artista, o di farsi condurre da una guida sicura nei meandri della sua mente si accorgerà che, nella maggior parte dei casi, gli uomini ritenuti normali potrebbero essere prossimi alla follia perché impegnati in una eterna rappresentazione della propria vita. Irene Lopez de Castro è una persona sensibile e vera che ha deciso di vivere la vita aiutando il prossimo e di alimentare la dote naturale che da sempre detiene: quella di dipingere. Infatti potremmo dire che Irene dipinge e disegna da sempre: a sedici anni ha dato continuità a questa sua passione facendola diventare una professione. Come succede spesso nell’esistenza di una persona sensibile c’è sempre un avvenimento spartiacque, una vicenda che segna la svolta, una situazione che cambia in modo irreversibile il susseguirsi logico dei fatti: per quanto riguarda Irene Lopez de Castro questo sconvolgimento esistenziale avverrà durante il suo primo viaggio in Mali. In un momento di totale immersione sensoriale, Irene arriva a percepire la natura del luogo in un modo speciale, a vedere ciò che solitamente non viene registrato dal solo senso della vista e a usare il mezzo espressivo non più solamente per comunicare pensieri e stati d’animo, ma anche per fermare delle coscienti illusioni, dei veri miraggi o dei sogni concreti. Per chi ha occhi per vedere, infatti, paesaggi come quello del Mali nascondono un’infinità di suggestioni cromatiche, atmosferiche e luministiche in grado di alterare a tal punto il dato naturale da farlo percepire alla stregua di un miraggio, oppure di dare forma a ciò che fino a un attimo prima credevamo fosse un riflesso del sole sopra uno specchio d’acqua. Irene dipinge sul posto, crea schizzi che serviranno per fare opere più impegnative o semplicemente dipinge a memoria sospinta dalle suggestioni provate: ogni suo lavoro diviene il riflesso di una pura esperienza visiva, unita a una successiva esperienza polisensoriale, dove la pittura si libera da un realismo passivo, da una mimesi disinteressata o troppo concettuale. Percepire pittoricamente scene e visioni del Mali potrebbe voler dire mettere a fuoco un contesto di valori tonali e cromatici che racchiudono le cose in un tutto unitario e le fanno apparire nella luce di una radiosità più spirituale che naturale. Per Irene l’essenza della natura non si trova nell’edificio corporeo del mondo, nei contenitori di tutte le cose, ma all’interno di un’infinita pluralità di fenomeni che, in un preciso momento di luce, può innescare nell’artista la suggestione di un’idea e di quell’emozione che presiederà ogni suo lavoro. Nei paesaggi fluviali la luce, che sembra generarsi magicamente dall’orizzonte, deflagra la scena aumentando il senso di ambiguità che si insinua tra la probabile veduta e la possibile visione. Delle esili imbarcazioni in primo piano, equilibrate da piccole figure che sembrano planare sullo specchio d’acqua, creano il punto d’accesso all’opera e la ritmata presenza di alberi e arbusti sostituisce la siepe di leopardiana memoria. Altre volte visioni appena accennate scandiscono la presenza di personaggi che risultano ben stagliati grazie alle cromie decise e all’atmosfera rarefatta, quasi artificiosa, che li avvolge. In una tonalità quasi monocroma il silenzio solenne della scena sembra interrotto dal discreto bisbigliare delle figure tra di loro. Per Irene il realizzare un dipinto corrisponde a una sorta di esperienza miracolosa: lei coglie una bellezza in lento movimento, un attimo vitale preso al volo come una scintillante onda nell’oceano dei fenomeni. Il riflesso cromatico delle sue forme corrisponde alla trasposizione di un momento estatico vissuto dall’artista attraverso una vera e propria catarsi scaturita dalla visione. In alcuni momenti ci sembra di assistere alle “decorazioni magiche” di Gauguin, intese come un mezzo evocativo che ci immerge in stati di un cosciente sogno in cui si può intuire il mistero che sta alla base delle cose, l’essenza del tutto, l’unità primordiale tra l’io e l’universo. Osservando con attenzione le opere di Irene Lopez de Castro ci possiamo rendere conto di come un semplice segno, anche appena abbozzato, possa evocare una forma, dare contenuto allo spazio, testimoniare la traccia di un popolo, suggerire la sua virtù, bloccare il segreto del giorno e svelare il mistero del crepuscolo. E ancora raccontare di un luogo, di un fatto, di alcune persone – solo raramente ben connotate – per scoprire quanto di universale si nasconde nel determinato e come, in certi momenti, anche il fugace e l’effimero possano rivelare la loro sostanza intrisa di eternità. In alcune opere è ben evidente il tratteggio che caratterizza un chiaro-scuro che rende ancora più rarefatta la materia dei volumi: la mano leggera di Irene ha prodotto delle istantanee, delle visioni vive, espressive ed eloquenti e probabilmente l’apparente non finito di certe parti non fa altro che offrire il senso della fugacità di un preciso momento. In generale la cosa che più ci colpisce nelle opere di Irene è questa luminescanza innaturale e polverosa, intensa e opaca al tempo stesso, che penetra negli anfratti più arcani della comprensione frenando ogni eccessivo slancio cromatico e segnico. La nostra pittrice ha scoperto il segreto della luce. Tutto è essenziale: così come i poeti crepuscolari fanno vedere l’amore per le piccole cose e per gli aspetti più grigi, veri e quotidiani della realtà, allo stesso modo la pittrice spagnola ci mostra la visione di una realtà romanticamente drammatica, o drammaticamente emozionante; infatti alla bellezza del paesaggio fa eco la povertà di una popolazione che sopravvive anche grazie all’aiuto di persone speciali come Irene. In Gozzano il ritmo del verso è disteso, prossimo alla prosa, e il codice scritto accoglie parole del linguaggio colloquiale proprio per permettere al lettore di entrare in sintonia con la parte più vera del mondo. Anche Irene Lopez de Castro, così come il Gozzano di “Verso la cuna del mondo”, cerca gli strumenti più adatti per esprimere i sentimenti più intimi e sfuggenti, prova a scavare nella propria interiorità alla ricerca di quella verità di visione che potrà permetterle di avere un approccio quanto più oggettivo possibile nei confronti della realtà. Ne scaturisce una visuale capace di accogliere gli aspetti essenziali della realtà proprio laddove questi sembrano disattesi da luci… crepuscolari. Se la critica letteraria ha riconosciuto a Gozzano la sua grande capacità di rendere, con nitidezza e precisione, i contorni dei personaggi e degli ambienti della Torino di inizio secolo, allo stesso modo potremmo affermare che Irene ci offre in modo altrettanto scrupoloso le atmosfere e le essenze di forme e personaggi che caratterizzano un mondo nel mondo. A noi non resta che chiudere gli occhi e farci accarezzare il viso dalle brezze del Mali e ascoltare i canti e i bisbigli di quelle figure che potrebbero rappresentare il riflesso dell’anima di ognuno di noi.

MaurizioVanni

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