Sahel – 2008 –


Il riposo del tempo

Sempre più spesso sentiamo parlare di grandi professionisti, al posto di artisti, quando ci troviamo di fronte a opere di persone che hanno scelto di utilizzare un mezzo espressivo ancora legato alla tradizione e alla tecnica controllata, Nell’arte della nostra contemporaneità la regola artistica, anziché essere indagata nel suo farsi ponte di libero riconoscimento tra lavoro e arte, tra pensiero e forma, tra emozione e colore, viene relegata a mezzo sussidiario, non necessario e sostanziale, distinto ed esterno all’arte stessa. Con tutto il rispetto possibile e immaginabile per espressioni artistiche quali la fotografia, la video-arte, l’arte elettronica e tutte le discipline legate all’arte concettuale, oggi non possiamo certo valutare chi ha ancora la volontà e il piacere di lavorare con i pigmenti colorati, i pennelli, le tele o le carte speciali, semplicemente come un grande professionista: significherebbe considerarlo alla stregua di un artista di serie inferiore. Artisti si nasce, pittori si diventa. Chi ha il desiderio di fare arte, di mettersi in gioco, di raccontarci una storia – spesso la propria – o di proiettarsi in una dimensione altra, a prescindere dal mezzo espressivo utilizzato, è degno di essere preso in considerazione sulla base di criteri culturali omologati alla scelta fatta.

Irene Lopez de Castro non si è mai chiesta quale tecnica pittorica avrebbe dovuto utilizzare per giungere a un particolare esito artistico, non si è mai soffermata più di tanto su come il pubblico e la critica avrebbero reagito alle sue sollecitazioni emotive. La pittrice spagnola si preoccupa semplicemente di entrare in contatto estatico con i luoghi che racconta, di diventare una sorta di prodigioso strumento che, oltre a rappresentare alcune particolari atmosfere di un certo luogo in una particolare condizione di luce, deve suggerire alcune porte d’accesso per arrivare al cuore delle terre del Niger e allo spirito dei personaggi ritratti. Irene scava nella sabbia, penetra il fango, attraversa l’epidermide di tutte le cose per rincorrere, e non per fuggire, il ritmo del vento, la magia e il mistero del silenzio. Il suo è un pensiero che si struttura per immagini che raccontano una storia, che prende vita con una luce che si trasforma in una pagina bianca, pronta a essere violata da inchiostri esistenziali, che le permette di stabilire un contatto tra sé e la generalità della specie e che trasforma il suo silente magma interiore in un linguaggio intelligibile, in un vero e proprio codice dì comunicazione. Sarà importante, perciò, comprendere le regole del suo linguaggio consapevoli che immaginare con la luce, con i segni, con la superficie e con i colori corrisponde a spingersi un po’ più avanti di se stessi. Il Sahel è la terra che corre insieme al Niger: uno straordinario angolo di mondo dove, a prescindere dalle difficoltà di sopravvivenza, è ancora possibile confondere i secoli, percepire il potere evocativo delle leggende, esaltare i poteri sovrannaturali della natura e meravigliarci per quelle semplici cose che non siamo più abituati a vivere. Nel Sahel si perde il conflitto tra finito e infinito: non siamo più confortati dai parametri geometrici e schematici che scandiscono i ritmi della vita occidentale e, il più delle volte, si abbandona il pensiero legato al tempo cronologico.

Irene ci apre a spazi realmente inimmaginabili che risultano troppo grandi per essere compresi da chi non ha il coraggio di togliersi la maschera e di liberarsi della propria armatura, dalle dissimulazioni sistematiche appannaggio delle grande metropoli. La luce pervade ogni cosa, abbaglia fino a farci perdere contatto con le realtà dei primi piani per aprirci a visioni che possono essere svelate solo in quei luoghi. Ben presto la luminescenza da accecante diventa rassicurante, da deflagrante si trasforma in ri-costituente: adesso siamo pronti ad ascoltare, nel riposo del tempo, la voce del silenzio. All’inizio tutto appare sfuocato e rallentato, ma non è propriamente così: siamo noi a non essere ancora in contatto con il codice di Irene, siamo noi a essere scollegati e lontani dalle atmosfere magiche dei suoi paesaggi. Ma dopo un po’, se vogliamo concederci qualcosa dì più di una fugace visione, scopriamo particolari inattesi ritrovandoci a guardare con gli occhi dei suoi personaggi. La curiosità ci spinge a immaginare ciò che la vista lascia solo intuire e ad ascoltare il brusio che interrompe, di tanto in tanto, quel silenzio che, comunque, ancora ci intimorisce.

L’assenza di suoni, solitamente, ci inquieta, ci spaventa, ci mette a nudo, ci dà la sensazione di non riuscire a controllare la situazione, ci obbliga a pensare e a mettere in gioco tutti i sensi. Laddove l’assedio verbale e il frastuono diventano la norma, il silenzio si trasforma nell’eccezione, nell’occasione per rivalutare il dialogo interiore e spostarlo, una volta che ne abbiamo piena consapevolezza, sul piano della reciprocità. Per dirla con l’Abate Dinouart: “L’uomo non è tanto padrone di sé quanto lo è nel silenzio”. Una volta sconfitto il disagio dell’assenza del caos, il silenzio ci comunica emozione, autorevolezza, capacità di lucida immaginazione, immedesimazione, ascolto maieutico e senso del ritmo della vita. Irene ci apre a silenzi eloquenti, ci fa perdere in un tramonto, ci accarezza con un vento caldo, ci stordisce proiettandoci in una dimensione di tempo esistenziale, Le sue composizioni, negando quasi completamente la profondità spaziale e il dinamismo della scena, riescono a trasmettere ugualmente una forte carica di energia che, lentamente, si espande a macchia d’olio in ogni angolo dell’opera. Non senza il sacrificio di colui che deve risolvere un enigma, venire a capo di un intricato puzzle, lo spettatore deve sottrarre all’informe una figurazione di senso compiuto fidandosi completamente delle proprie intuizioni. I paesaggi della pittrice spagnola non manifestano più di ciò che devono e non c’è dispersione nelle sue figure: i suoi personaggi si dimostrano attori per caso, protagonisti occasionali della storia di ognuno di noi. Irene Lopez de Castro mette in scena il riposo del tempo, A noi conviene rispettare il silenzio per non rischiare di svegliarlo.

Maurizio Vanni

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